A Boston, più di un anno fa…

(resoconto di un viaggio indimenticabile -dentro l’anima e col cuore in festa-)

Vento gelido a North End. Cerchi l’Italia e trovi sua maestà Eolo. Caspita, vien da dire. Subito poi capisci che il vento a North End c’è sempre, perché lì, a un tiro di schioppo da quelle case e da quei ristoranti dall’improbabile cucina, c’è il mare. Anzi, l’oceano.

Siamo a North End, quartiere italiano di Boston, una volta meta privilegiata d’arrivo per i cattolicissimi irlandesi, poi sfrattati senza complimenti dagli uomini dello Stivale. Poverine, quelle bionde famiglie armate solo del ricordo del Trifoglio e di San Patrizio. Arrivate in una Boston praticamente premoderna dopo una terribile carestia in patria, furono poi costrette a cercare altre zone della città per vivere alla meglio. E sì, perchè Boston è stata, sin da subito, da Colombo in poi, primo porto d’arrivo per gli europei in cerca di fortuna. Ed ecco perché, ancora oggi, il Massachusetts è lo stato americano meno americano d’America.

Poca opulenza, qui.

Così, l’american way of life a Boston significa sobrietà, certo pure grandi spazi, ma tutti a misura d’uomo, dialogo tra le culture e persino una (eccessiva?) libertà sessuale. È stata la vita, è stata la famiglia a portarci a Boston. È stata, se volete, la fuga dei “cervelli”. Non quello di chi scrive (che notoriamente non vale una mazza) ma quella del congiunto obbligato, come tanti, a lasciare il proprio Paese per poter studiare liddove, al contrario, s’investe e si crede nella ricerca. Vaglielo a dire ai ministri responsabili dell’Università, eternamente scontenti per i magrissimi finanziamenti che di volta in volta ogni Finanziaria dedica al settore (si chiamino Letizia –mestizia, stando alle espressioni del volto- Moratti o Fabio –Adolfo, dati i baffi- Mussi).

Boston ci è piaciuta tutta, ma North End ci ha lasciato nella mente e nel cuore (siate clementi e perdonate l’orribile nostro stile deamicisiano) delle emozioni che proveremo a raccontarvi, caso mai queste possano interessarvi. E se non vi interessano noi ve le raccontiamo lo stesso, non foss’altro perché le abbiamo provate davvero (le emozioni).

A North End, innanzitutto, c’è un’Italia che in Italia non c’è più. L’Italia nazionalpopolare dei ricordi e della nostalgia, delle musiche d’un tempo e dei fiori, di Nunzio Filogamo e di Nilla Pizzi, Domenico Modugno e Claudio Villa. La bella Italia fiera delle sue origini, dei suoi santi, dei suoi angoli di terra. Quella un po’ kitsh di “Siime Napule paisà” o di “quante facette mamete” o, ancora, di “Lacrime napoletane”, quella per cui Mario Merola era un autentico eroe. Così come continuano ad esserlo cantanti come (udite udite) Toto Cotugno o i Ricchi e Poveri. Il primo, poi, non puoi manco nominarlo che tutti son pronti a tirar fuori dal cassetto foto autografate, con tanto di dedica condita da errori grammaticali del buon Toto (saremmo pronti a giurarlo in caso di querela!). “Buongiorno Italia, gli spaghetti al dente”; “Io sono un italiano, un italiano vero. Perché ne sono fiero”.

Fiero? E ti credo.

Quella canzone gli ha portato una fortuna tra gli esuli che potrebbe ormai campare di rendita. E le chiese? Belle, quasi pittoresche. E già, perché ogni paese ha il suo santo e le chiese devono poterli contenere tutti. Statue di qua e pure di là. Invocazioni qui, suppliche lì. È la ricchezza della fede e della devozione cattolica. E a North End sono tutti cattolici, d’un cattolicesimo spesso preconciliare, che i più criticherebbero altezzosi, ma che invece non è nemmeno preconciliare, come stupidamente anche noi l’abbiam definito. È semplicemente eterno e persino il professor Melloni sa che non lo si potrà mai cancellare dalla storia e dalla memoria.

Le strade, poi, assenti i soliti vialoni, sembrano le nostre strade, così come i sorrisi della gente sembrano i nostri sorrisi e persino le incazzature sembrano le nostre. I bambini ci si limita a rimproverarli amabilmente, tanto che il vetusto “mazze e panelle…” anche qui è passato di moda. La cucina, francamente, non ci ha colpito. È subentrata, col tempo, una novelle cousine, un po’ bastarda e meticcia (oltre che furba per il semplice richiamo al Bel Paese e, quindi, carissima).

Così non capisci più cos’è Italia e cos’è America, ma non perché, come per il cappuccino, è bene che tu non sappia dov’è finisce il caffè e dove inizia il latte.

No, qui è proprio la qualità a mancare, salvo rarissime occasioni. Non manca, invece, la qualità umana. Fatta eccezione, ovviamente, per gli scaltri ristoratori di cui sopra, spesso, tra l’altro, non italiani. È pieno di meridionali, North End. Soprattutto abruzzesi e campani. Abbiamo provato, soliti provincialotti, a peregrinare alla ricerca di butuntine tracce. Niente: pochi anche i baresi. L’unico nostro concittadino illustre a vivere per un po’ a Boston è stato, alla fine del ‘700, Filippo Trajetta, musicista non meno interessante e capace del celebre padre Tommaso, che riparò oltreoceano, in fuga dalla giacobineggiante Francia rivoluzionaria.

Un paese in provincia di Pescara, invece, nei primi anni del ‘900 emigrò quasi in massa qui. Non a caso, la migliore macelleria (non solo nel quartiere italiano ma in tutta Boston) ha per nome “Sulmona”: non confeziona confetti ma squisita carne. Il cui beccaio, però, non sembra essere immune da difetti, la fede juventina professando.

Meno male che c’è il bar “Graffiti” a farti subodorare ottimo caffé dal sapore nerazzurro. E sì perché il calcio, da queste parti, non può che essere italianamente amato. Indescrivibili i festeggiamenti in occasione dei Mondiali vinti dagli azzurri. Anche qui caroselli d’auto (con forse meno cozzali a rovinare la festa), gioia e facce tinte di tricolore. Oggi, passato un po’ di tempo dal trionfo iridato, non restano che ricordi da eternizzare: dappertutto foto, gagliardetti, poster, immagini di tutti i tipi.

E allora a North End capisci quanto siamo amati. Come popolo, storia e cultura. Ma, soprattutto, quanto siamo capaci di amare.

Così, quando lasci gli States e Boston, lasci, sì, i grattacieli, ma non ti dispiace tanto per quelli. Ti sembra, piuttosto, di lasciare anche un pezzo d’Italia e di tornare, il cielo attraversando, a quella quotidiana e frenetica. L’aereo prende il volo, le nuvole sono già sotto i nostri occhi, il magone è quello che è.  Dici così arrivederci ad un’Italia che solo lì sai di poter incontrare.

Alla prossima, North End.

A Boston, più di un anno fa…ultima modifica: 2008-04-10T09:50:00+02:00da mas801
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